E Parigi licenzia anche il nostro chef – La Stampa

Viva la pasta al dente….

Non c’è due senza tre. Dopo la Libia e i cantieri di Saint-Nazaire, arriva il nuovo colpo basso francese nei confronti dell’Italia. Ieri i social (i nostri, almeno) ribollivano d’indignazione per la triste storia di Maurizio Landi, 56 anni, di professione cuoco. Dopo aver chiuso la sua osteria a Bologna, Landi si era reinventato come chef in Francia, in una locanda del Beaujolais. E qui è stato licenziato per aver servito della pasta al dente e, nonostante le ingiunzioni sempre più pressanti del suo datore di lavoro, per essersi sempre rifiutato di stracuocerla.

 

Landi, peraltro, è recidivo. Si era già opposto ai clienti gallici che pretendevano gli spaghetti alla bolognese, spiegando invano che il ragù, a Bologna in particolare e in generale nel mondo civilizzato, reclama tassativamente le tagliatelle. «Ma ho scoperto che nel mio giorno di riposo servivano il ragù che avevo lasciato con gli spaghetti», racconta il neodisoccupato al «Corriere di Bologna». Così Landi è diventato il nuovo eroe nazionale. Il gran rifiuto dell’Ettore Fieramosca della tagliatella ha emozionato il web. Ecco un italiano che non si vende per un piatto di pasta, si immola sull’altare della pastasciutta cotta e condita come Dio comanda e preferisce perdere il posto piuttosto che il rispetto per sé stesso e per l’Artusi.

 

Tagliatelle a parte, l’aspetto interessante dell’ennesimo contenzioso italo-francese è che basta la minima provocazione, come in questi giorni il gaullismo prêt-à-porter di Macron (che poi a ben vedere tanto minimo non è) che subito, dopo decenni di Europa più o meno unita, ricicciano antichi pregiudizi e vecchi stereotipi, come in quelle barzellette modello «ci sono un francese, un inglese, un tedesco e un italiano…». Vedrete che da questa parte delle Alpi qualcuno dirà subito che Napoleone si è fregato la Gioconda (falso, in Francia l’ha portata Leonardo), che l’anatra all’arancia è un’invenzione italiana (vero, il «papero al melarancio» è una ricetta di Caterina de’ Medici) e che non si può apprezzare un popolo che ha dato il nome al bidet ma rifiuta di servirsene.

 

Dall’altra, si parlerà ancora dell’Italia con quel tono leggermente sdegnoso che tanto ci irrita, trattandoci da Paese eccellente per le vacanze e poco serio per tutto il resto. Salvo clamorose smentite che vanno dalla disfida di Barletta a quella di Berlino (5 a 3 ai rigori, vous souvenez-vous?). E poi la testata di Zidane, le campane di Pier Capponi, il «Misogallo» di Alfieri, il «jamais» di Napoleone III, la pugnalata alle spalle di Mussolini: basta uno spaghetto non abbastanza (s)cotto, e tutto torna.

Sorgente: E Parigi licenzia anche il nostro chef – La Stampa

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